Una volta avevo un gruppo musicale. Eravamo bravi, a onor del vero, niente da dire. Alla fine eravamo semplicemente il meglio (a livello di musicisti rock) che la nostra piccola realtà provinciale potesse offrire e che per ambizione e voglia di vivere come le star si erano ritrovati a portare avanti un progetto serio. Come ciliegina sulla torta avevamo quella voglia di ostentare “figaggine” tipica di chi in realtà sa che sfondare in Italia con musica pesante é praticamente impossibile; quel perfezionismo maniacale sull’atteggiamento, il vestirsi, il modo di porsi prima, durante e dopo i concerti.. quel fare di tutto perché chiunque ci ritenesse degli artisti affermati. Per la serie: ostento oggi quello che (forse) potrò permettermi domani. Come quelli che si fanno il BMW o la piscina perché nessuno pensi che sono in realtà dei falliti o comunque persone che non hanno raggiunto nessun traguardo di rilievo nella vita. Tralascio il lungo discorso che ci starebbe a supporto di come raggiungere dei traguardi socialmente accettati non faccia necessariamente di noi degli uomini veri.. comunque: avevamo un ego abbastanza smisurato e, sicuri dei nostri mezzi, decidemmo di autoprodurre il nostro disco d’esordio. Certo, non sarebbe costato poco farne uno di qualità ma se non ci avessimo provato – dicevamo – ce ne saremmo pentiti per tutta la vita. Con quali soldi? Ovviamente i miei. Cioè, al tempo, quelli che riuscii a scucire a mio padre. 10.000 euro. A ripensarci adesso, una cifra enorme. Con quei soldi registrammo il disco comprensivo di missaggio e mastering, facemmo pubblicità per un anno su “Rock Sound” a botte di 300 euro a inserzione, con annunci tipo “Tour Europeo” solo perché avevamo rimediato una data in Slovenia. Ci legammo ad una agenzia pubblicitaria di Torino che ci trovò un paio di date interessanti ma poco più, mandammo migliaia di CD demo alle riviste, alle webzine, alle case discografiche più assurde, anche a quelle che producevano jazz, o classica, o folk.. noi che eravamo tra il rock e il metal. Ma il nostro chitarrista pensava che per un mero calcolo delle probabilità qualcuna avrebbe potuto trovare in noi qualcosa per cui valesse la pena aprire un ramo rock e produrci. So cosa state pensando.. si, eravamo al delirio di onnipotenza: per tutta l’italia eravamo in tour europeo, con recensioni da urlo, eravamo belli e dannati, distribuiti in Europa, America e Giappone dalla nostra casa discografica, con un disco prodotto da uno dei pilastri della scena indie italiana, mentre in realtà: avevamo fatto 6 concerti fuori dalla nostra regione; avevamo recensioni buone; il nostro disco veniva scambiato ai mercatini in giro per il mondo da un ex punk che aveva fondato un’etichetta, e che per farci entrare nel suo roster ci aveva chiesto 2000 euro; eravamo con un disco registrato nello studio di quest’altro famoso pilastro della scena ecc ecc che si era guardato bene dal produrci e che anzi ci aveva fatto pagare 4000 euro per la registrazione. Soldi, soldi, soldi.. spesi per far credere alla gente che stavamo facendo i soldi, così magari ci avrebbero dato dei soldi. Soldi che avrebbero dovuto essere girati a me in quanto “sponsor” del gruppo. Peccato che in tutto avremo guadagnato si e no 400 euro dai cd, figurarsi diecimila. “Te li avranno resi lavorando, come tutti” direte voi. Neanche per sogno. Una volta avuti a disposizione i soldi da rendermi, mi é stata proposta la possibilità di reinvestirli in un secondo CD per continuare a coltivare il sogno di fama e gloria. Mi sarebbero stati resi con gli incassi di quest’ultimo. Io ho accettato. Durante la produzione dei nuovi brani (decisamente più pop, per venire incontro al mercato, ovviamente), le nostre idee hanno cominciato a divergere fino alla rottura definitiva.. anche perché i soldi da reinvestire erano lievitati fino quasi a ventimila. Soldi che non avevo intenzione di investire in un prodotto che non ritenevo finito e per il quale avevo chiesto solo qualche mese di ulteriore lavoro e perfezionamento tra tonalità da applicare, testi da tradurre meglio, emozioni da esprimere più fedelmente. Alla fine ero il cantante, tutto sarebbe passato dalle mie parole e dalla mia capacità di emozionare gli altri e non volevo ripetere gli errori fatti con l’altro disco. La risposta fu “intanto registriamo, a queste cose ci penseremo dai prossimi pezzi in poi”. Avevamo delle scadenze, dicevano. Sinceramente mi sentivo completamente ignorato come musicista.. infatti, appena me ne sono andato, sono stato rimpiazzato dal chitarrista, senza troppi complimenti. Era molto più importante che il disco venisse registrato piuttosto che salvaguardare l’unità di quello che io pensavo essere un gruppo solido, piuttosto che proteggere un’amicizia, un senso di comunione d’intenti. Scemo io che per agevolarli gli ho lasciato anche dieci pezzi miei, completi di melodie e testi che loro hanno ovviamente usato a piacere per il disco. Che cosa ho ottenuto in cambio? Nulla. Ad oggi che scrivo sono passati più di 6 anni, sul loro sito internet ufficiale il mio nome é scomparso anche dalla biografia, di quei diecimila euro ho rivisto solo le briciole, ho perso la possibilità di cantare i miei pezzi, e soprattutto mi porto dietro una delusione e un’amarezza immense. Ripensandoci, qualcosa ho ricevuto.. almeno un paio di insegnamenti: innanzitutto che il rispetto, la riconoscenza e il mantenimento della parola data sono merci molto, molto rare a questo mondo; in secondo luogo che le amicizie, quelle vere, sono una cosa ancora più difficile da trovare e riconoscere, accecati e trascinati verso la mediocrità da quelle che poi si rivelano drammaticamente false, e su cui a volte hai progettato gran parte dei tuoi sogni.




